Di fronte ad un mondo in crisi che non ha niente da offrire non c'è più niente da chiedere.
Sbarazzarsi del cadavere dell'esistente od ostinarsi a tenerlo in piedi? Si tratta di una scelta di campo.
Sono anni che politici, media, sindacati arrivando fino ai leader antagonisti, disobbedienti o ex-disobbedienti, provano a convincerci ad incanalare passivamente indignazione in sfilate oceaniche in cui ogni cosa è concertata con la polizia in modo da scongiurare qualsiasi possibilità di sommossa reale.
Gli appelli alla calma illudono sempre di meno e la forza evocativa della rivolta torna ad essere una minaccia: un assalto a Montecitorio è realisticamente più probabile che l'ottenimento del reddito garantito.
Dalle strade della Grecia alle banlieues francesi, dalle insurrezioni arabe ai riot inglesi passando per le rivolte che travalicano lo studentismo come lo scorso inverno a Roma, a Londra e questo settembre in Cile, arrivando fino alle battaglie in Val Susa ed alle fiamme nei Cie, i linguaggi delle rivolte comunicano e s’impongono, pur con ovvie specificità e differenze.
Il 15 ottobre a Roma una farsa annunciata è stata l'occasione per un'esplosione di rabbia.
Rabbia che in un tripudio dionisiaco di spontaneità disorganizzata ma belligerante ha continuato ad ingrossarsi riempiendosi di giovanissimi. Meno di un centinaio di facinorosi, nel giro di poche ore si sono trasformati in alcune migliaia, attaccando, principalmente, alcune delle espressioni più concrete dello sfruttamento, espropriando e distribuendo generi alimentari e finendo per affrontare le forze dell'ordine.
Parlare di black block infiltrati, fascisti, paramilitari, professionisti della violenza, nella migliore della ipotesi significa fare un' analisi superficiale e strumentale di quanto accaduto in piazza.
A seguito degli scontri di Roma sono state fermate venti persone. 12 arresti sono stati convalidati subito, 8 denunce sono partite nei confronti di minorenni. In un clima di linciaggio mediatico, cavalcato anche da quei ruderi di movimento che speravano di riciclarsi nelle liste di Vendola come indignados, è partita una vasta operazione su scala nazionale di “caccia al black block ed all'anarco-insurrezionalista”.
E' il solito ritornello: una rabbia che ha aggregato tantissime persone viene dipinta, per disinnescarne la portata di diffusione sociale, alla sola espressione di quegli anarchici che da sempre difendono l'azione diretta.
Dopo l'analisi dei filmati un'altra persona è stata arrestata. Polizia, mondo politico e capi degli indignados sono uniti contro la crisi che gli hanno creato i facinorosi verso i quali si sta scatenando un attacco senza precedenti. Tra gli indignati c'è anche chi istiga alla delazione invitando a consegnare le immagini dei rivoltosi alla polizia per agevolarla nell'identificazione auspicandone l'arresto in nome della “nonviolenza".
Curiosa questa concezione della “nonviolenza", che contesta le pratiche dei manifestanti “violenti" e applaude alle cariche della polizia.
Sbarazzarsi del cadavere dell'esistente od ostinarsi a tenerlo in piedi? Si tratta di una scelta di campo.
Sono anni che politici, media, sindacati arrivando fino ai leader antagonisti, disobbedienti o ex-disobbedienti, provano a convincerci ad incanalare passivamente indignazione in sfilate oceaniche in cui ogni cosa è concertata con la polizia in modo da scongiurare qualsiasi possibilità di sommossa reale.
Gli appelli alla calma illudono sempre di meno e la forza evocativa della rivolta torna ad essere una minaccia: un assalto a Montecitorio è realisticamente più probabile che l'ottenimento del reddito garantito.
Dalle strade della Grecia alle banlieues francesi, dalle insurrezioni arabe ai riot inglesi passando per le rivolte che travalicano lo studentismo come lo scorso inverno a Roma, a Londra e questo settembre in Cile, arrivando fino alle battaglie in Val Susa ed alle fiamme nei Cie, i linguaggi delle rivolte comunicano e s’impongono, pur con ovvie specificità e differenze.
Il 15 ottobre a Roma una farsa annunciata è stata l'occasione per un'esplosione di rabbia.
Rabbia che in un tripudio dionisiaco di spontaneità disorganizzata ma belligerante ha continuato ad ingrossarsi riempiendosi di giovanissimi. Meno di un centinaio di facinorosi, nel giro di poche ore si sono trasformati in alcune migliaia, attaccando, principalmente, alcune delle espressioni più concrete dello sfruttamento, espropriando e distribuendo generi alimentari e finendo per affrontare le forze dell'ordine.
Parlare di black block infiltrati, fascisti, paramilitari, professionisti della violenza, nella migliore della ipotesi significa fare un' analisi superficiale e strumentale di quanto accaduto in piazza.
A seguito degli scontri di Roma sono state fermate venti persone. 12 arresti sono stati convalidati subito, 8 denunce sono partite nei confronti di minorenni. In un clima di linciaggio mediatico, cavalcato anche da quei ruderi di movimento che speravano di riciclarsi nelle liste di Vendola come indignados, è partita una vasta operazione su scala nazionale di “caccia al black block ed all'anarco-insurrezionalista”.
E' il solito ritornello: una rabbia che ha aggregato tantissime persone viene dipinta, per disinnescarne la portata di diffusione sociale, alla sola espressione di quegli anarchici che da sempre difendono l'azione diretta.
Dopo l'analisi dei filmati un'altra persona è stata arrestata. Polizia, mondo politico e capi degli indignados sono uniti contro la crisi che gli hanno creato i facinorosi verso i quali si sta scatenando un attacco senza precedenti. Tra gli indignati c'è anche chi istiga alla delazione invitando a consegnare le immagini dei rivoltosi alla polizia per agevolarla nell'identificazione auspicandone l'arresto in nome della “nonviolenza".
Curiosa questa concezione della “nonviolenza", che contesta le pratiche dei manifestanti “violenti" e applaude alle cariche della polizia.
Quello che vogliono presentare come un conflitto tra “violenti" e “nonviolenti”, è in realtà tra “manifestanti violenti”, che attaccano banche e polizia, e “nonviolenti” che attaccano, picchiano e consegnano alle forze dell'ordine i primi.
Non va dimenticato che prima degli scontri dello scorso 14 dicembre, sempre a Roma, uno di questi pacificatori ha colpito con un casco un ragazzo mandandolo in coma, solo perchè aveva tirato un mandarino contro un blindato della polizia.
All'ipocrisia di chi invoca la violenza dei servizi d'ordine per proteggere le banche rispondiamo rilanciando la solidarietà verso tutti gli arrestati, i fermati, i feriti ed i perquisiti a seguito del 15 ottobre.
Roma è stata un'occasione. Il futuro ne serberà sempre di più, i difensori di questa società lo sanno e non a caso si stanno attrezzando.
I tempi sono bui e l'ondata repressiva è stata pesante. Che così non si possa andare avanti ormai è sulla bocca di tutti. I timidi sono troppi. Che l'indignazione si trasformi in rabbia.
Di fronte alla certezza del baratro solo la rivolta apre spazi al nuovo ed al possibile.
II miglior modo di non rimanere passivi dinanzi alla “conflittualità indiscriminata" è indirizzare la rabbia verso i responsabili della nostra miseria: in tempi di guerra civile tifiamo per la guerra sociale.
Il 15 ottobre la rabbia è stata caotica e diffusa, in futuro bisognerà saper affinare la mira.
Anarchici e Libertari
novembre 2011
Nessun commento:
Posta un commento